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Una macchia di fiori bianchi testimonia l’arrivo della primavera, fra il tempo che si rinnova ed il passato che è catturato nelle remote antichità del castello di Padernello.

Nella visuale rivolta a questo antico maniero bresciano, avviene, in questi giorni, quella manifestazione spontanea che, dalla chioma di un prugno selvatico, si innalza ad estemporanea naturalezza di un diafano diaframma boschivo, tra l’esiguo tratto della vegetazione circonvicina e tutto quanto, delle vetuste fattezze della nota fortificazione gentilizia, ne rappresenta la caratteristica ed apprezzata attrattiva.

I meno di cento passi che proporzionano, in pochi fuggevoli istanti, i lati di questo castello, percorrendone la lunghezza nel suo perimetro quadrangolare, pare non valgano a svelare altri colori appariscenti della stagione incipiente, nel luogo stesso dove la campagna sembra imporre la cura intensiva di una preponderante agricoltura, spinta fino ai minimi particolari minuziosi di una egemonica misura.

Al vissuto cotto delle mura, costituenti la prevalente epidermide del castello, corrisponde il contesto agreste ed allevatoriale della zona, definito, come altrove, dalle nette peculiarità della pianura bresciana che, qui, si trovano a circondare la calda tonalità di questa svettante struttura, rispettandone l’impattante suo assetto originario, quale solitaria specificità da tempo compiuta, rispetto al dispiegamento di sopraggiunte architetture rurali che, nei pressi, prospettano il prevalere della sopravvivenza di enormi cascinali.

Come piovuto dal nulla, adagiandosi al centro di una grande azienda agricola, questo castello, pare infondere il leggendario richiamo ad un altrove lontano, percepibile anche in quell’eco attigua che si perde nelle complici variazioni di una residua natura prospicente che, ora, contempera nel cielo, la famigliarità, per lo più, con la disinvolta confidenza dei molti piccioni, ed, in terra, l’espandersi, invece, rustico e castigato, della vegetazione dimenticata dall’uomo e refrattaria alle imposizioni dell’esigere dal territorio la capillare laboriosità del condensarne, a tambur battente, la dimensione economica di una filiera primaria, meramente produttiva.

Attraversato dai silenzi, arcani e solenni, aderenti alla lontana consegna del lascito stilistico che vi è presente, il castello ha un proprio respiro evanescente che pare animarsi nella dimensione sfuggente del mutare il proprio sfondo coincidente che, alla luce ed al buio, coglie la compenetrazione, fra il chiaro e lo scuro, per il risalto fascinoso di quanto, in prossimità della sue mura, appare secondo la codifica di un ritmo ricorrente.

A certe ore del giorno, quando d’attorno si forma quel velo di luminosità che può apparirvi nelle sfumature di un progressivo avvicendamento corrispondente, l’acqua, stagnante nel fossato melmoso, perde il colore brunastro ed opaco di un fondale del tutto celato, per riflettere, a specchio, l’incantesimo di ciò che vi risulta associato, fra elementi amplificati su un certo vago raggio di prospettiva che, dalla pianura attigua, sembrano richiamare, al castello, ogni sembiante di vita, attratto da ciò che si svela nella fugace rivelazione di uno scenario assurto, sopra gli altri, a distinguersi, ulteriormente, mediante una sua catalizzatrice definizione rappresentativa.

Nella dimensione cangiante, fra il maniero ed il suo contesto, pare innescarsi un dialogo con quel mondo sommerso che sembra potersi intuire, in controluce, con il sottile sentire, vuoi delle fiabe, vuoi delle leggende, vuoi di trascorse vicende, tutte quante ad assentire alla voce impercettibile del castello, instaurato, forse, già dall’origine, nel modo di poter rispondere alle più profonde sollecitazioni, derivabili dal suo apparire, con cui erige, tuttora, vincoli di significato, oltre il limite di quanto vi si può superficialmente percepire.

Tutto ciò, di rimando anche da una straripante ramificazione primaverile, oltre la quale lo si può osservare, nella fioritura capitata in un bianco irraggiamento contestuale, attraverso l’effimera combinazione di giorni rovesciati al presente, nella mutevolezza della declinazione prospettica di forme accolte all’ombra della sua mole, ingiunta alla persistenza di una emblematica armonia compresente.