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pessoaImmaginate di appuntare i vostri turbamenti su un taccuino che casualmente trovate a portata di mano, su una busta usata, su un margine di un foglio stampato, sul retro di una fattura. E che un giorno questi vostri scritti vengano trovati, raccolti e pubblicati.

Immaginate ora di delegare questo compito ad un personaggio di finzione, uno pseudo-autore. Un personaggio simile a voi, che si muove e si comporta come fosse davvero esistente. Saremmo di fronte ad un eteronimo: diverso nome, ma un’estensione della vostra stessa anima.

Così fece Pessoa nella sua vita. Fece scrivere una sorta di diario al suo eteronimo Bernardo Soares, ma sarebbe parziale definirlo diario. Sarebbe forse più corretto definirlo una raccolta di sfoghi, di pensieri, di riflessioni, mai un racconto di quotidianità. Perché Bernardo Soares non sapeva godere la quotidianità.

E la raccolta che ne è uscita non ha nemmeno un ordine cronologico.Cosa significa questo? Significa aprire il libro a caso e cominciare a leggere; piuttosto che leggere partendo dal fondo, perché no…


Non c’è alcuna storia in questo libro
. O meglio; nessuna storia che meriti di essere raccontata per i nostri canoni. Perché nessuno si sognerebbe di raccontare la storia di un uomo medio, asociale, impiegato in un grigio ufficio contabile.

Leggendo questo libro cresce però il senso di comprensione. E Bernardo Soares/Pessoa mentre scriveva, sapeva perfettamente quello che avrebbe provocato:

A volte penso con un diletto triste che se un giorno, in un futuro al quale io non apparterrò, queste frasi che scrivo meriteranno un encomio, ci sarà finalmente gente che mi capirà […], ma sarò già morto da molto. Sarò capito solo in effigie, quando l’effetto non sarà per il morto un compenso adeguato all’indifferenza che ricevette quando era vivo. Un giorno forse capiranno che ho compiuto come nessun altro il mio destino di interprete di una parte del nostro secolo; e quando lo capiranno scriveranno che nella mia epoca sono stato incompreso, che sventuratamente sono vissuto nell’indifferenza e che è un peccato che così sia stato. E colui che scriverà questo fraintenderà allora, così come quelli che ora mi circondano, il mio omologo di quel tempo futuro.

A questo proposito, una sola riflessione mi sento di fare: la tristezza e la malinconia da sempre sono state muse per scrittori, filosofi ed artisti in generale. Sarebbe meraviglioso che la quiete interiore fosse di tutti, ma non riesco a pensare che Bernardo Soares, così come Leopardi o Schopenhauer, per esempio, sarebbero così vivi nella nostra memoria se queste muse, figlie dell’indifferenza e del pessimismo, non esistessero. Così, se da una parte mi dispiaccio di questa indifferenza, dall’altra drammaticamente ne assaporo i suoi frutti, secondo un paradosso dal quale non voglio uscire.