Tempo di lettura: 4 minuti

Pare che non fossero sufficienti le cronache più intricate per soddisfare quell’attenzione che, in certi casi ingarbugliati, richiedeva un certo qual sforzo in più per consentire una migliore comprensione.
Non bastavano quei fatti, a volte anche piuttosto sorprendenti da poter lasciare pure esterrefatti, per suscitare già, in qualcuno, un impegno rivolto alla possibile decifrazione degli stessi eventi, nell’ambito di una personale interpretazione, mediata da quanto, secondo il metro della ragione, soccorreva il lettore nello spiegare la realtà, attraverso una ponderata riflessione.

Serviva altro. Una sciarada, ad esempio.

“La Sentinella Bresciana” di fine Ottocento ne ha pubblicati a iosa di questi ermetici indovinelli, fra le fitte righe della sua praticata veste tipografica dove, quotidianamente, convivevano notizie del più disparato calibro e dalla più variegata origine ed ispirazione.

Un gioco di parole, da interpretare, fornendo, per poter vincere, la prova del rinvenimento della già stabilita soluzione da riuscire a svelare, nel merito di una non facile competizione, disputata fra cervelli, coinvolti nella comune sfida stabilita fra il dipanarsi di fini congetture eccellenti.

E’ questo il caso, fra altri fattibili esempi di un’impronta giornalistica data al coinvolgimento ludico letterario, mediante certe frasi sulle quali ponderare le opportune concordanze, che si conformava alle rispettive edizioni dell’accennato quotidiano locale del 20 e del 22 agosto del 1890.

Nel giornale, diffuso in occasione della prima delle due giornate menzionate, si leggeva, sotto il titolo di “Bizzaria”: “Quale città d’Italia,/ Se in due parti si spezza,/ Con lusinghiero epiteto/ Un numero accarezza?”.

Un paio di giorni dopo, ormai lanciata l’esca innanzi all’intuitiva perspicacia che si sarebbe prestata a cercare di dare una risposta all’interrogativo rivolto al lettore in una forma versificata, il quotidiano stesso chiudeva la partita giocata, aprendone un’altra, mediante la pubblicazione di una successiva sciarada, non senza però specificare, con chiarezza, che, nel nome della città di Benevento, si poteva individuare la denominazione richiesta dalla precedente versione di quel gioco che, secondo una differenziazione intellettuale d’argomentazione, era periodicamente pubblicato, insieme al flusso di una concomitante cronaca d’informazione.

In una dinamica di rimandi, fra la stampa di un giornale e quella di un altro, certi guazzabugli lessicali pare che si erigessero sul fronte di una impegnativa proposta di lettura, inserita su pagine invece divulgative e di molto più semplice e d’immediato scorrimento stilistico, nella semantica di una subitanea e di una efficace misura, adatta all’assolvimento di un diretto scopo informativo, promosso in una estemporanea e documentata premura.

Le parole erano d’uso comune, ma per scovare quella “giusta”, nascosta in una sciarada, bisognava procedere attraverso uno sforzo di ragionata interpretazione, premiato anche dalla relativa citazione che il giornale riconosceva in capo a chi si fosse rivelato il vincitore, come nel caso de “La Sentinella Bresciana” del 22 febbraio 1889, quando, a bella stampa, era evidenziata la parca menzione espressa nei termini di “Mandarono la spiegazione i signori Montanari Carlo e Richiedei Silvio”.

Nella stessa circostanza, si insinuava pure la ricerca del nesso significante di un altro profluvio di parole, apparentemente prive di quel chiaro senso che, in realtà, vi era solo celato, rispondendo qui al significato di quell’alimento che, anche allora, forse più di oggi, era molto apprezzato, indorando il desco con quel caldo colore cerealicolo che alla polenta è tradizionalmente associato.

Per arrivare alla polenta, il giornale passava attraverso questa sciarada, proposta in una non facile sfida, lanciata mediante l’indistinta carica effusiva di una conclamata formula evocativa: “Sai, oh lettor il primier cos’è?/ Dei fiumi è il re./ A tarda e pigra l’altra puoi ben dir/ Senza mentir,/ Principesca famiglia fu il total/ Nello stival”.

ravenna_san_francesco_int-_lapide_di_ostasio_da_polenta_1396_in_marmo_rosso_di_verona
Ravenna: lapide di Ostasio da Polenta (1396) in marmo rosso

L’allusione al fiume Po e pure alla famiglia dei signori di Ravenna, i “da Polenta”, con esponenti anche nel ruolo di capitani di ventura, anticamente in lizza fra schieramenti avversi fra quelli dello scacchiere dell’allora diviso Belpaese, erano stati presi a riferimento per un rompicapo che lasciava poco spazio al ricorso di scontate soluzioni di facili pretese.

Anche nel caso della famosa città di Milano, come pure era valso, sopra, per il capoluogo beneventano, una apposita sciarada costringeva una perspicace disciplina di pensiero ad ipotizzare la capitale meneghina, suscitata al centro di un coacervo di indizi, inclusi in un ermetico e misterioso fraseggio: “Odi fra i suon l’altro mio sovente/ Ed in mezzo ai canti pur, odi il primiero;/ nega il mio terzo in fin recisamente,/ ed è d’Italia, alma città l’intero”.

Anche in tale laboriosa versione, si erano dilettati a trovare l’adeguata spiegazione i già citati “Montanari Carlo” e “Richiedei Silvio”, nel riuscito tentativo di comporre, mediante l’enucleazione dell’ordine della scala musicale e grazie alla contestuale evocazione cittadina alla quale la stessa località vi risultava rappresentata, la calzante specificazione illuminante di “Mi-la-no”, rivelata nella soluzione indicata il 27 febbraio 1889.

Ottenebrata nella proposta di un’ulteriore sciarada, toccava in tal giorno pure a Ferrara, attraverso una pressochè incredibile composizione alla quale tale città romagnola avrebbe dovuto essere individuata: “Prono dinante all’altro, il sommo Iddio/ Trafilata prego per la patria cara/ che dal primo si noma, e fu preclara/ per armi , e canti di poeti: ond’io/ godo pel tutto, cui la nova etade/ serba gli onori d’una gran cittade”.

Con un paio di significative parole, in omaggio, se si vuole, a concetti sapienziali, il giornale contraddistingueva altrettante uscite di stampa, intercorse verso l’epilogo dell’inverno che, a quell’anno, recava alla primavera il relativo avvento: il 10 marzo era stata la volta di “Sa-pere”, mentre, il 16 seguente, era apparsa, fra le righe, la non meno esplicita dirittura costitutiva di un’analoga parola di retta investitura esplicativa, nella fattispecie di “Re-gola”.

Quest’ultima era stata espressa in sciarada nella forma di “Primo e secondo/ tirannamente/ stolidamente/ di quanta gente/ privar il mondo/ perchè non fer/ uso d’inter!”, mentre la prima, in ordine di tempo, aveva ricevuto un suo traslato contesto allusivo nello scritto sibillino: “Veramente primiero/ Chi possiede l’intero,/ il qual vale tant’oro./ Ma di questo tesoro/ A certe teste dure/ Piaccion più le seconde,/ Specie se son mature – e rubiconde”.

CONDIVIDI
Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *