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Brescia – Mentre centotrentadue anni fa il lotto reggeva il 53 all’86, usciti sia nella ruota di Firenze che di Bari nell’estrazione del 6 dicembre 1879, alcune curiosità che si dibattevano in quei giorni ponevano accento alla morta rediviva, alla strega russa ed all’uomo più vecchio al mondo.

Ad allargare i confini locali verso i più vasti spazi di aree geografiche distanti fra loro, ma poste sotto gli occhi di un medesimo lettore, era il giornale “La Sentinella Bresciana” che, nelle poche pagine delle proprie quotidiane edizioni, a volte capitava intercettasse qualche elemento insolito fra quella cronaca piuttosto ripiegata sul contrapporsi di un dibattito politico, sulla brevità dei dispacci telegrafici dell’agenzia d’informazione “Stefani”, sulle contenute notizie rasenti il formato confezionato ad annuncio, sull’anagrafe cittadina di stringati elenchi nominativi, sugli estremi monitoranti il costo della vita e l’andamento dei prezzi del mercato, tra lo sfondo di una sobria pubblicità di prodotti vari già incombente, ma senza nudità, e stralci di romanzi a puntate quale contributo per una lettura più fedele ed impegnata che, ad esempio, ne “La Sentinella Bresciana” di lunedì 10 novembre 1879, era rappresentata in questo da “cuor di ferro e cuor d’oro di A.G. Barilli – Proprietà letteraria Fratelli Treves”.

Tra le abbondanti colonne del romanzo pubblicato, la pagina che ne dava largo spazio, proponeva al lettore del tempo anche la visibilità di un accurato susseguirsi di fitte righe sotto il titolo “Una strega arsa viva. Scene russe”. Il giornale pareva avere fatto un viaggio in un altrove lontano, non solo in termini di località e comunità distanti, ma anche nel tempo, documentando un episodio dalle forti connotazioni retrodatate quando, secoli addietro, l’Inquisizione aveva affidato al “braccio secolare” l’esecuzione capitale di eretici e di streghe e stregoni.

Lo riconosceva lo stesso autore dell’articolo prendente forma da quell’inchiostro del 1879: “In certe parti dell’impero russo, le popolazioni e anche le autorità sono in arretrato di due secoli. La credenza nelle streghe, nei malefizi, vi è fortemente radicata”. Siamo “nel distretto di Tichvin, governo di Novgorod” che si descriveva non essere lontano né da Pietroburgo né da Mosca. Qui “Agrafena Ignatieva aveva fama di strega. Veniva accusata di gettar malefizi, di fa cadere malate le persone che voleva punire” e per questo nel suo paese natio dove risiedeva “per rendersela propizia alla loro volta i contadini le facevano i servizi, le portavano l’acqua, la legna, le preparavano da mangiare e non passavano che tremando davanti alla capanna di lei situata sulla riva del fiume all’estremo limite del villaggio. Pur non facendo nulla per giustificare la sua riputazione di strega, l’astuta vecchia accettava senza farsi pregare i servizi che le venivano resi”.

Un singolare equilibrio compromissorio che si stravolgeva a netto sfavore della donna dopo la morte misteriosa “tra grida inarticolate” tra le quali “si credette distinguere tra questi suoni, che ora erano gemiti, ora urli, il nome di Agrafena” di una figlia di contadini del posto.

La reazione popolare si era allora tramutata da soggezione intimidita ad aperta ed ostile sollevazione nella descrizione usata nel raccontare il precipitare di quella situazione in quell’angolo di Madre Russia, ancora zarista: “I contadini credendosi minacciati nell’esistenza dei loro figli si radunarono e deliberarono di murare la strega e di metterla così nell’impossibilità di nuocere. Munitisi di assi, di chiodi e di torce di resina, si avviarono alla capanna isolata in riva all’acqua. Avendo trovata la porta chiusa, la sfondarono, frugarono in tutti i cantucci e non trovarono di sospetto che alcune boccettine di medicinali, le quali vennero gettate sul fuoco nella persuasione che contenessero filtri magici. Usciti quindi, inchiodarono esternamente la porta e le due finestre e appiccarono fuoco alla capanna”.

Nella dinamica dell’accaduto, rimbalzato in Italia grazie “ad una corrispondenza russa del Temps”, si crea a quel punto una risacca di minuti sospesi e di rallentata regia di esecuzione in quanto “il vento era contrario e mandava il fumo lontano; la casa umida senza dubbio, non prendeva fuoco che lentamente”. Uno stallo temporaneo in cui alla condannata era stato vietato di fuggire dall’abbaino dell’abitazione ghermita da tanta ostilità, respingendola all’interno con la sola profferta di pentirsi ed in cambio avrebbe avuto salva la vita. La donna, rispondendo che non aveva di che pentirsi, sceglieva di andare incontro al suo destino che la vedeva passare a miglior vita, senza gridare né implorare pietà neanche una sola volta, non prima di aver gettato “i suoi poveri cenci” al fratello accorso per cercare di salvarla e di aver tentato pure di fare passare fuori “il suo letto di penne, primo grado di lusso nel contadino russo, ma l’abbaino era troppo stretto”.

Qualche giorno prima, mercoledì 5 novembre 1879, “La Sentinella Bresciana”, aveva ampliato le proprie vedute editoriali, allargandole addirittura alle latitudini di un altro continente oltre oceano, nello scovare in una località centramericana “il più curioso esempio di longevità veramente straordinaria”, riferendone anche la presunta ricetta, come in questi casi solitamente la stampa comprensibilmente cerca di fare, per svelare il segreto di una lunga vita dalle parole stesse del protagonista di tale lieta distinzione personale. Centosessanta anni, meticcio nativo di Bogotà, ma abitante nella Repubblica di San Salvador, Michele Solis aveva spiegato al dottor Hermandes che si era occupato di lui, compreso nei suoi tanti anni: “io non faccio che un pasto al giorno, ma mangio solamente dei cibi sostanziosi e non sto a tavola più di mezza ora. Il primo ed il quindici di ogni mese mi astengo dal prendere nessun cibo, ma in quei giorni bevo quanta più acqua posso. Ecco il mio segreto”.

Da una “vita molto regolata” di una straordinaria vecchiaia basata sulla sobrietà ad un caso invece in cui la morte sembrava fosse appena passata a falciare ineluttabilmente un’esistenza, “La Sentinella Bresciana” vi approda infilandosi nella cronaca sotto casa, nella diretta periferia di Brescia dove tipografia e redazione davano ogni giorno luce alle sue puntuali edizioni.

In una pagina dove già si denunciavail caro viveri”, accanto all’espulsione di un trentino “venditore girovago di dolci, il quale per vagabondaggio quale suddito estero verrà espulso dal Regno” ed al ritrovamento di “un orologio d’argento” sulla pubblica via da parte del signor Luigi Montini che “lo depositò al Municipio”, il titolo “Scena spaventosa” invitava alla lettura di una vicenda legata ad una morte presunta, dove la maggior entità dell’accaduto era ascrivibile all’emotività spontanea reattiva ad un contesto certamente non estraneo alle prime funebri avvisaglie di una dipartita.

Domenica 7 dicembre 1879, il giornale si occupa di quanto accaduto “qui fuori Brescia in uno dei nostri sobborghi” senza citare né chi né dove, se non vagamente spiegando si trattasse di “una famigliola di contadini composta di marito e moglie e della sorella del primo. Quest’ultima era da tempo malata; tutte le cure dell’arte medica erano riuscite vane..”. Il fatale evento sembrava infine si fosse avverato e la cognata un giorno “rientrando nella camera dell’inferma che aveva per poco lasciata la trova fredda, immobile, cogli occhi chiusi: la chiama, la scuote; ma indarno. Si chiamano dei vicini che constatano anch’essi la morte della povera ammalata”.

Pareva non restasse altro da fare che “prestare alla defunta quegli ultimi pietosi uffici che consistono nel dare al corpo le ultime cure”, ma proprio mentre si era nell’atto di metter mano alle presunte spoglie mortali ecco “fremere il corpo della creduta morta!. Un tremito nervoso scosse da capo a piedi la poveretta che cadde fuori di sé accanto alla creduta morta che, essa invece, cominciava a risensare. La si dovette togliere di peso di là e trasportala nel suo letto, ove riebbe i sensi, ma cadde in uno stato di completa prostrazione”.

Il cronista nel concludere chiedendosiquando si penserà ad attuare la verifica della morte, si da distinguere quella apparente dalla morte reale” si dilungava sul breve seguito dei fatti nei quali allo spavento patito la cognata aveva dovuto anche confrontarsi ulteriormente con l’ammalata moribonda che, pare, “fissando in lei ostinatamente lo sguardo, quasi tosto spirava e stavolta per davvero”. Quello sguardo “così intenso, così ostinato”, insieme al già provato colpo inatteso, la rendevano “ancora malata né accenna a potersi la poveretta ancora rimettere”, mentre la vita di passaggio per tutti fluttuava a volte con i propri scossoni, forse burlandosi nelle note tristi e drammatiche librate dalle corde tese dell’esistenza costituentene i palpiti, attorno a quel vivere, andante ed andato, che ora comunque vede le due donne tutte uguali.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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