Paesaggio, natura, poesia: vedute d’ambiente, espresse fra minimi particolari ed estese contestualizzazioni, osservate all’aperto di un autentico spazio corrispondente, che sono attraversate dalle poetiche interpretazioni di una spontanea vena artistica, capace di rigenerarsi, innanzi ad ogni rappresentazione, indicativa di un suggestivo ambito saliente.

Nella tradizionale tripartizione dei maggiori elementi contraddistinguenti la sua pittura, l’artista bresciano Tomaso Maggini conferma la propria recente ispirazione personale d’arte visiva che ha saputo prevalere anche sulla linea di desistenza di un contesto meramente domestico, a motivo delle restrizioni degli spostamenti, intervenute a causa della nota pandemia, precludendogli quelle mirate escursioni “en plein air” che, anche per l’inizio della primavera del 2020, l’artista aveva in programma di effettuare per alimentare una coerente applicazione compositiva, al fine di dipingere direttamente sul posto, nella fedele funzionalità ambientale, utile a cogliere le caratteristiche di una mediazione circostante.

Andando di memoria, come pure ricorrendo ad immagini estemporanee di luoghi prima visitati, tale laboriosa sollecitudine creativa ha idealmente conformato i profili rurali della cascina Persello, nelle più disparate localizzazioni di tele artistiche improntate a recare della pittura le esemplificazioni più disparate.

Nella campagna di Torbole Casaglia, ad una manciata di chilometri dal capoluogo bresciano, un significativo esempio di antica civiltà contadina dimostra, in tale grande cascinale, quell’insediamento strutturale d’altri tempi dove l’uomo aveva condensato una esplicita immedesimazione fra il lavoro dei campi ed il proprio focolare, insieme a tutto l’indotto di un solerte impegno agricolo ed allevatoriale, affidando le proprie sorti ai ritmi ed alle fortune di una natura nel suo sistematico ed autentico incedere stagionale.

Qui, nel retaggio di questa simbiosi con la diretta estrinsecazione germinativa del territorio, l’artista ama solitamente comporre, in un’analoga sintesi espressiva, i propri manufatti figurativi, in linea con le sollecitazioni promananti dai vicini appezzamenti coltivi, fra ortaglie e campi arativi, filari d’alberi e sentieri erbosi residui.

Nelle settimane di ritiro forzato, entro questa felice oasi campestre, Tomaso Maggini ha, fra l’altro, realizzato, su tavola, il dipinto inneggiante a quel brolo cintato, secondo lo stile del tempo andato, in cui un ciliegio era fiorito, incrociando i propri rami con quelli analogamente adorni di un melo, a similitudine naturale di petali ugualmente bianchi, ma sbocciati entro l’infinita fantasia del creato, secondo un altro un tipo di fiore, mentre un albero di giuggiole ed una pianta di fichi sembravano contestualmente partecipare a questo abbraccio floreale, distanziandosi secondo un differente porsi, a loro particolare, sulle tappe di una altrettanto incontenibile ripresa naturale.

Anch’essi realizzati con colori ad olio, ma su tele di juta con base a grana più grossa, rispetto ad altre, per il perseguimento di un effetto anticato, hanno avuto la propria origine anche i dipinti dedicati, invece, a Presegno, alla Corna Blacca, al Baremone, oltre ad una serie di nature in posa, intanto che i girasoli abbiano puntualmente modo di affacciarsi al cielo di questo spicchio di pianura bresciana, oltre il periplo della primavera e dell’estate, durante le quali l’artista è già orientato a cogliere quanto seminato nel solco della tradizione locale, per evidenziarne, in arte, le più amabili attrattive da poter catturare.

Nel percorso di questo artista si situano anche confronti con esotici paesaggi esteri, come nel caso dell’opera, pure di fattura piuttosto recente, dedicata ad una veduta di Rotterdam, in quel di Delfshaven, in Olanda, che, in contesti “vanghoghiani”, pare faccia convergere la peculiare traccia pittorica pure da lui perseguita, nel rifarsi stilisticamente, a motivo di un’intrinseca sintonia, al noto pittore bresciano Francesco Filippini (1853 – 1895), mentre, in qualità di socio dell’Associazione Artisti Bresciani (Aab) Tomaso Maggini è fra gli allievi del maestro Enrico Schinetti ed è pure proficuamente dedito ad un propositivo confronto compositivo, fra tecnica e poesia pittorica, con l’artista Lucia Manenti di Brescia.

Pittore riservato, accomodante il pur positivo bilancio della propria produzione in ritmi pacati e defilati, posti lontano dai riflettori di una straripante visibilità impattante, dove il corso della propria attività ha dettagliato un significativo pugno di mostre, cadenzate nel tempo, sia nella soluzione collettiva che personale, che lo hanno comunque portato a distinguersi anche a quei livelli eccellenti che, tributatigli dalla critica, ne hanno esplicitato il merito, come, fra altre manifestazioni, nell’ambito del “Concorso Artisti in Piazza” a San Zeno nel 2005.

Con una “emme” sola nel nome, per confidenziale scelta propria e personale d’elezione, ma in realtà, omonimo, con pari nome e cognome, di un avo illustre, pure citato in quel volume che, nell’Enciclopedia Bresciana, ne pone alla ribalta la testimonianza di una personale ed esemplare esplicitazione che è custodita dall’artista senza clamore, nel proprio patrimonio familiare, a proposito della quale, su tale fonte libraria, è svelata in una data citazione: “Tommaso Maggini (Brescia 29 febbraio 1888 – 18 settembre 1957) Di Giovanni Battista e di Maria Marini. Singolare figura di negoziante e di cattolico attivissimo, si dedicò alle opere cattoliche della parrocchia della Volta e diocesane (oratorio, catechismi, opere di beneficenza e di carità). Venne nominato cavaliere di san Silvestro. Ha lasciato alcuni opuscoli fra i quali “Maria la Madonna Santissima aurora perenne dell’Umanità e salvatrice del mondo. Lezione di catechismo…” tenuta il 27 settembre 1949. Brescia, la Cartotecnica (1949): “La compartecipazione del lavoro, la cointeressenza degli utili o guadagno a fine d’anno dei lavoratori della mente e delle braccia, nelle aziende, enti economici in funzione sociale di qualsiasi specie e grado. Anno Santo 1950. (Brescia, Tipografia Opera Pavoniana (1950) 16 pagine; “Maestra Rosa Agazzi. Un’anima grande di nostra Italica stirpe(Volta Bresciana, 1952 16 p.)”.