Bravi, Pezzoli e Vezzoli esplicano la triplice ripartizione di una mostra d’arte visiva che va interessando il mese settembre, all’esordio del quale tale manifestazione ha avuto il suo apprezzato avvio ufficiale, attraverso la cura di Mauro Corradini, negli ambienti del “Mo.ca”, corrispondente all’antico Palazzo Martinengo Colleoni, al civico 78 di via Moretto, a Brescia.

L’evento si accompagna alla contestuale indicazione di “Tre autori – tra figurazione ed astrazione”, come enuncia la locandina dell’iniziativa che suggella il corso espositivo di questa ragionata forma di collettiva, entro lo sviluppo tardo estivo e primo autunnale che il 2020 cadenza fino al 27 settembre, quale periodo in cui si circostanzia l’opportunità di una visita libera e gratuita ai vari manufatti che vi sono esposti, secondo gli orari di apertura stabiliti dalle ore 15 alle ore 19, dal giovedì al sabato, mentre, alla domenica, è associata la più estesa fascia oraria, invece, disciplinata dalle ore 10 alle ore 19.

Giuseppe Bravi, Riccardo Pezzoli e Osvaldo Vezzoli, sono rispettivamente protagonisti di questa proposta espositiva, salutata, all’indomani dell’inaugurazione, da Elia Zuppelli, tra le pagine del quotidiano Bresciaoggi del 5 settembre, scrivendo, fra l’altro, che in essa si delinea “una sessantina di opere che manifestano esperienze espressive multiformi accomunate dalla cifra distintiva dei tre artisti bresciani, tesa a muoversi ai margini delle mode, privilegiando “il richiamo degli individuali fantasmi alle ricerche più diffuse”; autori, scrive, Corradini nel catalogo “ancora attivi e che ancora utilizzano il goyesco “carbone”, senza curarsi troppo delle convenzioni”. Con accenti sempre rinnovati: Bravi, fedele all’ossimoro “rigore della fantasia”, Pezzoli, visionario attraverso “la poesia nello/dello sguardo” (che sa di sorrisi e di malinconia), Vezzoli, ovvero “ritrovare l’infanzia in un segno che unisce spontaneità e invenzione, illuminate risorse iconografiche e il desiderio di raccontare una storia, come se si trattasse, sempre e comunque di una fiaba”. Un’isola che non c’è, immaginata e sospirata, lungo destini incrociati che oggi svelano un senso nuovo e irradiano bagliori cristallini (…)”.

Dalla Franciacorta, con Vezzoli, al Garda, con Bravi, fino alla Bassa Bresciana, con Pezzoli, a motivo della loro diversa residenza, questa mostra sembra campionare, in un accordo di verosimiglianze d’avanguardia, la provincia di Brescia nell’indicativa rappresentatività di un certo avvalorato genere di spessore artistico, colta in seno alla maggior parte del suo stesso esteso territorio, stante pure il fatto che la sintesi di tale appaiamento è esibita nel capoluogo cittadino, quale maggior centro, nella predominanza istituzionale di un plurimo crocevia, a baricentro collettivo.

Polimatericità, funzionale, pure, ad una innovazione. Astrazione, come fantasmagorica soluzione del raggiungimento della espressività di un’ulteriore dimensione nella quale la cadenza informale è anche coniugata ad una personale rivisitazione dei canoni tradizionali, depositati in un massivo retaggio di produzione.

Un’ispirazione per tendere ad un superamento della codifica artistica di una omologata e pregressa convenzione, facendo, in questo modo, breccia, per coesistere, in un riconosciuto messaggio d’arte, entro quel differenziato percorso esplicativo che, da tempo, è avviato per contribuire, in un interessante tracciato creativo, ad un interessate risultato di rimodulazione di tutto un insieme compositivo.

Tutto ciò anima, con un proprio carisma intuitivo, la solenne ambientazione aristocratica della sede di questa mostra, quasi ricevendo, dalla vetusta struttura, un passaggio di consegne da un dato passato magniloquente, perché una conciliazione, con alcune subentrate interpretazioni artistiche, si instauri, comunque, ad ogni livello del presente, anche lungo un profilo speculare ad epoche remote, in relazione alle quali, tale testimonianza sopravvivente, si reca a muta traccia visiva corrispondente.

Il messaggio culturale che inebria le differenti sale di questa esposizione ha tre diversi interpreti di una vivace interazione con quella prospettiva artistica che condensa, altrettante significative esperienze, nella esemplificazione di una efficace impronta, vagliata dalla critica, e risultante, al medesimo tempo, d’appartenenza al patrimonio esperienziale di fatto cumulativo delle convinte manifestazioni di una perseguita elevazione di ulteriori risultati iconografici, attraverso i vari metodi praticati, in avvicendamento con una differente resa stilistica che appare complessivamente attuativa di una rispettiva valenza di altra natura di congenialità espressiva.

Da questo punto di vista, anche le diverse opere esibite, entro la triplice dislocazione della sintesi unitaria della mostra cittadina di questi tre artisti bresciani, paiono comunicare, fra loro, in una sorta di invisibile filo conduttore, sia di ingegno compositivo che di ideale riverbero cromatico induttivo, perché una visione, largamente fattibile, li colga insieme, alleati, per così dire, di una armonia di note naturalmente diverse, ma rilevabili da un medesimo spartito che ha saputo integrare il frutto di sensibilità differenti, però egualmente protese, ciascuna, a proprio modo, a perlustrare le vie attraverso le quali tracciare un messaggio al mondo che, in liberi passi incondizionati, inizia con quell’interpretazione stessa che il fruitore delle opere allestite vi focalizza, in una estemporanea immedesimazione, di rimando a tale suggestiva esperienza di confronto e di capillare ricognizione.

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