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Nonostante la pianura rappresenti la zona predominante, il centro storico pare sia una contesa costante, fra i vari livelli di insediamenti, dislocati tra vari e laboriosi saliscendi.
Anche la parrocchiale, ha tanto di scalinata d’ingresso, per superare la rampa di un suo importante dislivello, rispetto al piano della strada che, a sua volta, sta su un tratto di ripido innalzamento.

Qui, il castello le si erge accanto, allineando il proprio residuo turrito al suo lato meridionale, che, a tale edificio di culto, dedicato a san Lorenzo Martire, risulta perpendicolare.

Il caratteristico ingresso del castello medioevale di Urago d’Oglio si affaccia in quella che è considerata piazza, da toponomastica vigente, ponendosi di fronte al municipio che fa angolo con questo slargo a gomito, denominato nell’ispirarsi a Guglielmo Marconi, dove il punto, a snodo effettivo, sfiora un pubblico esercizio, mediante quel bar che appare presidiare tutto un prospicente andirivieni, quale posizione strategica di un civettuoso sovraintendere, surrettiziamente invasivo.

La visione esterna del castello potrebbe sommariamente limitarsi a questo contesto, dove, in tale sguardo, nella parte ancora in piedi delle sue mura, si situa un frequentato sportello bancomat con annesso istituto di credito. Pochi sbiaditi particolari, da colpo d’occhio limitato ad una serie di contorni, tra quelli più appariscenti, se non ci fosse la storia a ricordare, fonti bibliografiche alla mano, ciò che oggi, purtroppo, è una struttura interessata ad incontenibili crolli periodici ed ancora incombenti.

Uno, importante, nel 2012, un altro, non meno ingente, nel 2017, entrambi in estate, sancendo la perdita rovinosa di parti di questo vetusto maniero di casa Martinengo.
L’aquila, stemma caratteristico di tale nobile famiglia, sfoggia, ancora, nell’antica pittura che domina il torrione d’accesso alla medesima costruzione che, una volta superato, introduce, a sua volta, ad una ulteriore portale, nei rilievi consumati in pietra di Sarnico, rappresentando un ulteriore varco, stavolta precluso al proseguire oltre, nel divieto vigente ad avviso di una costruzione sostanzialmente pericolante.

Vari e sfuggenti, gli elementi che si scorgono nella vetustà delle intenzioni ispiratrici di questo, a suo tempo, robusto complesso, ineludibile baluardo di una titolarità feudale a diretta ed a vincolante voce in capitolo nel territorio, appunto, controllato dai nobili Martinengo, ad un certo momento, legatisi alla schiatta dei Colleoni, dal cui punto di intesa dinastica, è pure derivata l’esternazione, in loco, dei segni araldici dell’una e dell’altra referenza, anche qui, particolareggiandosi tra ciò che rimane, comunque, piuttosto riconoscibile nel castello di Urago d’Oglio, di cui l’Enciclopedia Bresciana, citando altro autore, spiega che: “(…) Fausto Lechi pensa che alla base possente, quadrata dai muri spessi due metri, che sostiene il torrione del lato destro dell’ingresso del castello, si può intravedere “una delle tante fortificazioni fatte costruire da Brescia a difesa lungo il fiume, distrutta magari in una di quelle battaglie che hanno tormentato il nostro territorio tra il secolo XII e il secolo XIII”.

A queste eco remote, pare, in assonanza corrispondere la presenza, non lontana dal castello, della “Chiesa dei morti in campo”, su un’altura prorompente dall’assortimento dell’orizzonte degradante nella profondità aperta dal centro abitato, puntellandovi, di fatto, un preciso riferimento d’evocazione storica, in aderenza alle propaggini dei suoi stessi confini.

Qui, la tradizione vuole che siano sepolte le spoglie mortali di una buona parte dei caduti fra i combattenti della “battaglia di Chiari”, località vicina a quella di Urago d’Oglio di pochi chilometri, avvenuta il primo settembre 1701.

Luogo arcano per la determinazione di avervi voluto erigere un manufatto consacrato, a pietoso memorabile del fatto d’arme, andando a proporzionarvi l’ingente impatto dell’accennata dinamica bellica in un ambito locale, al punto da reputarsi opportuno volerla ricordare.

Questa chiesa, evocativamente dedicata ai “morti in campo”, defilata tra i campi, pare svettare in un sobrio posizionamento, appartandosi in una quiete sovrumana che, rapportata al motivo della sua erezione, sviscera un certo smarrimento, per porsi a stridore fra un fascino di mistico mistero ed il fatto di porsi a cimitero di un nutrito gruppo di trapassati dall’origine più disparata, che, probabilmente, in vita, mai avevano pensato ad un luogo, per essi, stabilito in questo per loro altrove.

Analogamente, il vicino castello nasconde i suoi vissuti tra le ombre sfuggenti di ricordi evanescenti, presupponendovi il lascito obliato delle differenti generazioni che, a vario titolo e nei piani più differenti, vi hanno animato brandelli di esistenze compromesse al destino stesso che ora fatalmente si volge ad essere celebrato dal declino di un rovinoso decadimento.

In questo modo, il castello d’Urago d’Oglio porta, con sé, il tempo dei suoi stessi esponenti, insieme alla propria, inesorabilmente avviandosi a ritornare inghiottito nella terra stessa che l’aveva secoli fa partorito.