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Esattamente quaranta anni fa in questi giorni, agosto 1981, ero alle isole Aran, in Irlanda. Avevo 25 anni, il mondo in mano e la vita davanti.

Mi ero sposata da qualche mese, lavoravo all’Unità, vivevo a Venezia dietro campo San Bortolo e complice l’amica fotografa Ettalisa che ci era appena stata e l’innamoramento per un antico film (L’uomo di Aran di Robert J.Flaherty) decisi di andare da sola in quelle isole al confine dell’Europa e del mondo.

Partii per Dublino, feci una diversione prima a nord su Belfast a onorare la memoria di Bobby Sands che era morto a maggio, poi a sud nella contea di Wicklow, dove l’anno prima avevano girato il film Excalibur (lo vidi proprio a Dublino) e poi finalmente presi un treno alla volta di Galway, sulla costa occidentale dell’isola.

Qui aspettai l’unico traghetto che faceva la spola fra la terraferma e le isole: l’Oileáin Árann, un vecchio cargo in disuso. Di turismo neppure l’ombra.

Cavalcando un oceano piuttosto infuriato pur essendo agosto, arrivai a Kilronan, il centro principale e praticamente unico di Inishmor, l’isola più grande, lunga come il Lido di Venezia dove sono nata (circa 12 chilometri) e larga 4.

La prima cosa che feci fu chiedere a una ragazzino, che montava a pelo un cavallone baio, dove fosse il pub più vicino, giusto per avere informazioni su possibili alloggi. Non era stato possibile prenotare nulla. Non c’era nulla da prenotare.

Dopo qualche minuto di reciproca incomprensione, mi sono resa conto subito che avrei sempre dovuto pronunciare “pob” all’irlandese, altrimenti nessuno mi avrebbe capito. Primo shock: tutti parlavano gaelico stretto e l’inglese aveva una pronuncia maledettamente chiusa e spesso incomprensibile.

Al pub del porto, mentre mescevano enormi boccali di Guinness, mi indirizzarono verso un’anziana signora che affittava una stanza. Magdalena si chiamava e viveva su per giù a metà dell’isola, verso est.

Non ricordo il suo viso. Ma ricordo bene che dopo avermi accolta, offerto un tea caldo e scaldata, mi prestò una bicicletta. Con quella, il giorno dopo sotto una pioggia torrenziale e protetta da un poncho arancione che spiccava nel grigio totale del paesaggio, risalii fino al forte di Dun Aonghusa, da dove la leggenda racconta si poteva scorgere Atlantide.

Con la pioggia in faccia e il vento che flagellava, rimasi attonita a guardare l’oceano davanti a me. Cercai anche di fare qualche foto, ma quella non era davvero la giornata giusta.

Nei giorni successivi, qualche volta scaldata da un tiepido sole, girai l’isola in lungo e in largo: piane pianure rocciose grigie che si innalzano dall’oceano con scogliere a picco, campi verdi divisi da muri in pietra e cottage imbiancati con tetti di paglia. Cavalli in giro da soli. Qualche bambino in bicicletta. Molti vecchi in riva al mare a lavorare alle loro barche.

Magdalena insistette e mi diede il suo cavallo Connemara per passeggiare lungo i sentieri stretti fra i muretti a secco. Da una scogliera all’alta, guardando l’Atlantico. Completamente sola. In una settimana di permanenza la mia padrona di casa mi fece anche un paio di mitici maglioni delle Aran, con il simbolo della sua famiglia. Devo averli ancora da qualche parte.

Era pieno agosto e faceva un freddo terribile. L’atmosfera era cupa e magica. Mi immaginavo streghe e folletti in ogni angolo. Ogni tanto sorgeva qualche emozione di paura, ma il fascino di quel luogo era più forte di ogni altro sentimento.

Magdalena, che di cognome faceva O’Brien, una delle famiglie boss dell’isola, era di poche parole, anche perché parlava pochissimo l’inglese. Viveva di sussistenza. Un piccolo orto di patate e cavoli. Qualche pecora per latte , formaggio e lana. Di tanto in tanto affittava la camera a qualche viaggiatore che si spingeva fino a lì.

Viveva sola anche se aveva parenti su tutta l’isola. Un giorno, che si presentava abbastanza buono per il meteo, mi convinse ad  andare a Inishmaan, l’isola di mezzo, con un currach, la caratteristica barca irlandese, quelle rivestite con tele imbibite di catrame di carbone, quelle che fanno acqua a ogni onda.

Per tutta la traversata, 5-6 miglia, non ricordo quanto sia durata, i due fratelli di Magdalena hanno vogato fra le onde atlantiche mentre un terzo con una “sessola” seccava la barca. E io me ne stavo seduta, con il sedere bagnato.

Ad aspettarmi su una spiaggia di Inishmaan c’era una cugina di Magdalena. Montava una cavallona grigia e un’altra ce l’aveva alla longhina. Per me. Il giro di quell’isola, ancora più disabitata di Inishmor, mi tolse il fiato. E consegnò per sempre le Aran al mio cuore.

Non sono più tornata laggiù. Almeno per ora.

Oggi andare alle Aran è meno avventuroso ma credo non meno magnifico. Oileáin Árann non c’è più da un pezzo, ma ho scoperto che non è stata demolita e che dal 2017 fa servizio in Islanda. Al suo posto ci sono comodi traghetti. Airbnb è arrivato fin lì e non è difficile trovare una stanza. L’agricoltura è quasi sparita e il turismo è diventato la principale, se non l’unica, attività delle isole.