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Ricorda un po’ alcune opere dell’artista di origine bielorussa Marc Chagall (1887 – 1985), la pittura di Tullio Ferro, classe 1929, originario di Loreo, nel Polesine, ma, da decenni, residente a Desenzano del Garda, interagendo con il territorio d’elezione, nella riuscita ecletticità di una prolifica attività culturale, sia come apprezzato giornalista, che come storico, in qualità di laborioso ed attento ricercatore di vicende e di curiosità significative, divulgate nella sintesi piacevole di numerose pubblicazioni, contestuali ad una personale ed incontenibile inclinazione artistica, attestata su altra modalità espressiva.

A Brescia, “Tuferro”, come firma i suoi pregevoli manufatti d’arte, è protagonista della mostra organizzata dall’Associazione Artisti Bresciani (Aab) nella propria sede sociale di vicolo delle Stelle 4, dal titolo “Realtà visionaria”, quale evento corredato da una pubblicazione, a catalogo dell’esposizione stessa, in copertina con il numero “266”, secondo la cifra progressiva della tradizionale sequenza editoriale delle analoghe iniziative a firma di questo solerte cenacolo di appassionati d’arte.

Liberamente visitabile, nello scampolo di primavera che il 2022 sviscera nel calendario di maggio fino a mercoledì 18, quest’appuntamento, proposto con il peculiare carisma creativo di Tullio Ferro, osserva gli orari di apertura compresi dalle ore 16,00 alle ore 19,30, ad eccezione del lunedì, essendo giornata di chiusura.

L’eclettica figura dell’autore regge il piano di una composita mostra d’enucleazione, sviluppata nell’arte visiva, sia nelle plasticità scultoree di opere pluridimensionali, che nella caratteristica vividezza di manufatti figurativi, anch’essi, contraddistinti da una interessante versatilità di resa espressiva, tanto per i soggetti trattati quanto per l’effusione cromatica di una coinvolgente contestualizzazione grafica dei particolari, costitutivi l’impianto affabulatore di ciò che vi è rispettivamente rappresentato.

Il fascino sognante dell’insieme che Tullio Ferro traspone in pittura e nelle poliedriche opere polimateriche è lo spessore di una profondità percettiva della realtà che travalica l’apparenza per adagiarsi nei piani sottili di una elevata quintessenza.

Trattasi della intrigante dimensione propria di una libera coscienza narrante, mutuata, in questo caso, dalla scrittura, come lo è stato per il giornalista e scrittore Dino Buzzati (1906 – 1972), nel campo artistico, dove secondo altro linguaggio, si esplica il racconto, vuoi mitologico, liberamente ispirato alla riscoperta ed alla valorizzazione di un folclore gardesano, vuoi poetico, imperniato ad una riflessione sull’uomo, attraversato da una sorta di silente e di quieto spaesamento, nella genuinità primigenia dell’esistenza, inebriata dai sentimenti di un porsi fiducioso in amicizia con la vita stessa.

La serenità di figure ermeticamente pacate, entro contesti cari ai panorami del Polesine natio, come, pure, fra l’altro, nell’irraggiamento debordante di luce, tra il veleggiare del lago di Garda da lui abitato, pare uno degli elementi di congiunzione fra le differenti offerte di un racconto articolato, poema di sapiente osservazione e di accorta introspezione, nella cernita, ormai produttivamente codificata, di un dato ambito di punti di ispirazione.

Fra questi, il ciclo delle “Ninfe Tavine”, assai rappresentato in mostra, in aderenza all’emblematica componente di una ricca produzione espressiva, che, a sua volta, si incontra, con l’indovinata e geniale estrinsecazione di un’opera, simile al genere delle accennate figure mitologiche femminili in una esclusiva chiave benacense, che è, in questo caso, dedicata al “Dio Benaco”, ossia al nume titolare, vagheggiato nel leggendario ed ipotetico empireo pagano politeista, del bacino lacustre gardesano, nella classica accezione nominale, ovvero secondo il nome latino di tale “lago marino”, come, pure, si trova accuratamente spiegato fra le pagine illustrate del catalogo ed anche, didascalicamente, in mostra, fattivamente realizzata per l’allestimento di Corrado Venturini: “Nel 2018, Ferro ha ideato la simbologia per il Garda realizzando il “dio Benàco” nume protettore del lago e protagonista delle sue origini e della sua storia. Scultura in legno della quale è stata poi realizzata la fusione in bronzo, argento e oro, in esemplari limitati presso la “BMN Fonderia Artistica” di Verona. Il 28 settembre 2018, la Comunità del Garda, presso la propria sede al “Vittoriale degli Italiani”, alla presenza della Presidente Mariastella Gelmini, ha presentato al pubblico la scultura, quale simbologia ufficiale per il Lago di Garda”.

Riconoscimenti ufficiali sono, nel tempo, stati attribuiti a Tullio Ferro, per la sua personale caratura culturale a tutto tondo, oltre che per il lungo servizio prestato fra i professionisti dell’informazione, essendo stato anche premiato in seno all’Ordine dei Giornalisti fra i decani di questa categoria alla quale sta portando, tuttora, il valore aggiunto di una passione autentica, pure connessa alla costruttiva infatuazione per il racconto, in una edificante divulgazione contestualizzata fra storia e verità, come nesso di un’indiscutibile autorevolezza, nell’accreditamento di un costante recupero di informazioni, connesse al presente, anche per via di un grande passato a cui poter attingere.

Sono, queste, le dimensioni, a porte scorrevoli, che illuminano le prospettive identitarie di una data realtà collettiva, finalmente colta nella sua fluida e coinvolgente complessità, enumerabile anche per le molte ispirazioni che vi possono essere ragionevolmente applicate, a lettura della sua stessa caratteristica attrattività, cioè, nel ruolo intelligente e sapido di un divenire, ricchezza per tutti, dominio comune, per un territorio che ama porsi in modo consapevole nell’interazione con il confronto, sempre più serrato, con gli aspetti sconfinati di ogni più indefinito e possibile altrove.

Per questo elemento di appropriatezza, anche rispetto alla funzionalità di una territoriale referenza calzante, in una corrente ed assidua attinenza, non è mancato il riscontro della civica amministrazione di Desenzano del Garda a questa mostra cittadina, oltre che con il patrocinio, pure per il tramite della personale partecipazione del vicesindaco di tale amena località benacense, Cristina Degasperi, all’inaugurazione della manifestazione espositiva, pure valorizzata dal contributo istituzionale di Roberta Morelli, assessore del Comune di Brescia con delega alle “Politiche Giovanili ed alle Pari Opportunità”, unitamente agli interessanti pronunciamenti, espressi in tale partecipata circostanza, oltre che da tali personalità pubbliche, anche dal direttore e dal presidente dell’Aab, rispettivamente, nelle persone di Dino Santina e di Massimo Tedeschi.

Tra le parole di quest’ultimo, il catalogo della mostra dettaglia, fra le diverse ed approfondite riflessioni di una degna presentazione dell’autore, la considerazione che “(…) Il mito e il legno, il racconto e il ramo contorto, sono gli ingredienti che il lago regala quotidianamente a Ferro. Il quale lo ricambia deliziandolo – e deliziandoci – dando vita a questo corteo interminabile di divinità acquatiche. Marcatamente benigne. Schiettamente simpatiche”.

Allusione a ciò che compone, anche come validi materiali di risulta, variabilmente raccolti in riva al lago e minuziosamente lavorati, le leggiadre proiezioni, velatamente orientaleggianti, di queste figure del repertorio del valente Tullio Ferro, per altro, pure spiegato nell’accennato catalogo, da ulteriori contributi di analisi, fra i quali, anche quello a firma del professore Francesco Perfetti, tra le riflessioni del quale, si evidenza il peso di una perspicace mediazione compositiva nella quale il nostro apprezzato autore “(…) Opera, in sostanza, un vero e proprio “miracolo” artistico trasfigurando, con opportuni interventi, un ramo, un frammento d’albero, una corteccia. Il tutto senza tradire, ma anzi esaltando quei suggerimenti allusivi ed antropomorfi che soltanto l’eccezionale sensibilità dell’artista è in grado di cogliere. (…)”.

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