Gioielli realizzati in Laos da artigiani locali ricavati prevalentemente dall’alluminio di ordigni bellici risalenti alla guerra del Vietnam, a seconda della disponibilità dei materiali e dal contesto geopolitico.

La tecnica utilizzata dagli artigiani laotiani è chiamata “a staffa”, ovvero impiega semplici stampi in argilla dentro cui viene colato l’alluminio fuso. I pezzi grezzi così ottenuti sono importati in Italia, dove vengono impreziositi e venduti.

L’idea è dei viareggini Massimo Moriconi e Serena Bacherotti che, a partire dal 2010, trascorrono ogni anno diversi mesi nel sud est asiatico.

Dopo una collaborazione biennale con l’associazione di Rimini “Una Goccia per il Mondo”, sostenendo progetti in Cambogia, marito e moglie si sono spostati in Laos.

Lì è nata la collaborazione con l’associazione canadese “Adopt a Village in Laos” per lo sviluppo di progetti umanitari nei villaggi rurali, principalmente per quanto riguarda la distribuzione di filtri in ceramica trattati con argento colloidale, indispensabili per rendere potabile l’acqua di quelle zone.

“Nel 2017 – racconta Moriconi – abbiamo distribuito 69 filtri per depurare l’acqua dalle famiglie del villaggio di Ban Naphia, nella zona denominata ‘La Piana delle Giare’ (in quest’area che si estende per centinaia di chilometri quadrati si trovano disseminate migliaia di giare, grandi contenitori in pietra di origine antica e sconosciuta, ndr).

La popolazione di questo villaggio, da anni, realizza utensili di uso comune – cucchiai, soprattutto – ma anche bracciali riciclando l’alluminio ricavato da scarti di ordigni bellici. Questa Piana del Laos è ancora cosparsa da ordigni a causa della cosiddetta ‘guerra segreta’ portata avanti dagli americani durante il conflitto in Vietnam”.

Gli artigiani raccolgono i frammenti di bombe e altri scarti bellici, in totale sicurezza, solamente dopo che le zone sono state bonificate dall’associazione di sminamento Mag (Mine Advisory Group), organizzazione non governativa internazionale che si occupa di sminamento e di rimozione di ordigni inesplosi (per il completo sminamento del Laos, continuando al ritmo attuale, ci vorranno 125 anni).

“È così che ha preso vita il nostro progetto No War FactoryAcquistiamo i manufatti direttamente dagli artigiani laotiani – in tutto collaboriamo con 13 famiglie –, contribuendo allo sviluppo economico dei villaggi. Importati in Italia, questi manufatti vengono rifiniti e trasformati in gioielli – con l’aggiunta di pietre e argento – grazie alla preziosa collaborazione con l’orafa artigiana Francesca Barbarani”.

Il 10 per cento netto dei profitti viene donato in parte all’associazione Mag per contribuire allo sminamento del Laos e in parte all’associazione “Adopt a Village in Laos” per l’acquisto di filtri per rendere l’acqua potabile. “Nel 2019 si è aggiunto un nuovo socio, Riccardo Biagioni: facciamo tutto noi tre”.

Il villaggio di Ban Naphia si trova a pochi chilometri da Phonsavan, la capitale della regione di Xieng Khouang, la più colpita dalla presenza degli ordigni inesplosi.

La regione intorno a Phonsavan fu colpita da devastanti bombardamenti a tappeto durante la Guerra d’Indocina e solo una piccola parte dei siti che costituiscono la Piana delle Giare è stata bonificata.

Tra il 1964 e il 1973 gli Stati Uniti hanno sganciato oltre due milioni di tonnellate di ordigni sul Laos durante 580 mila missioni aeree, l’equivalente di un aereo carico di bombe ogni 8 minuti, 24 ore al giorno per 9 anni, rendendo così il Laos il paese più bombardato della storia.

Di questi ordigni il 30 per cento non esplose, il che significa che nella parte orientale del Laos sono rimaste 80 milioni di bombe da disinnescare e che, negli anni a seguire, hanno causato la morte o la perdita di arti a più di 50 mila persone dal 1964 al 2011.

Spesso le vittime sono bambini, morti nel tentativo di aprire gli ordigni per rivenderne il metallo. Le bombe inesplose sono spesso del tipo cluster, ossia a grappolo, una vera e propria macchina di morte e mutilazioni.

Le popolazioni di quei villaggi oggi vive di queste opere di artigianato e, dove è possibile perché il terreno è bonificato, della coltivazione di riso in alcuni mesi dell’anno”.

I rottami di bombe in alluminio che No Wae Factory commercializza si sono detonati durante esplosioni in tempo di guerra o da più recenti detonazioni controllate da professionisti della rimozione di bombe: “Gli artigiani recuperano il materiale da fonderie locali che ricevono il metallo da famiglie che possiedono proprietà in cui il metallo è stato demolito professionalmente.

In Laos non sono mai state utilizzate armi nucleari, dunque i nostri prodotti non contengono elementi radioattivi. I nostri prodotti sono stati certificati per non avere tossicità né nichel”.

Vista l’emergenza sanitaria in corso, non ci sono certezze su quando Moriconi, Bacherotti e Biagioni potranno tornare in Laos: “Abbiamo un tramite laotiano, siamo sempre in contatto. Come detto, vogliamo continuare a fare tutto da soli, senza appoggiarci a organizzazioni più grandi, per essere certi che il 100 per cento dei fondi raccolti siano investiti solo ed esclusivamente nei progetti. Abbiamo avviato molte collaborazioni, ma il Covid ci ha fermati. Speriamo di poter ripartire presto, con ancora più entusiasmo.

Là c’è tanto da fare: vorremmo crescere per impegnarci ancora di più per garantire in istruzione e acqua potabile”.