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Brescia – Mentre il debutto della primavera preme, spingendo ad uscire, gemme e virgulti dai tronchi scheletrici, la ricorrenza nella data del “pesce d’aprile” pare sia una tradizione dalle remote reminiscenze. Facendo un passo indietro di alcune generazioni, ormai consumatesi nell’inevitabile dispersione del tempo, se ne può cogliere un dettagliato pronunciamento, attraverso un interessante contributo scritto nell’edizione del quotidiano “Il Popolo di Brescia” di sabato 2 aprile 1927.

Il titolo dell’articolo che sviluppa poi nel testo a venire una visione più di retrospettiva storica che di analisi contestuale a quella della sua contemporaneità, è esplicito nel catturare la lettura con l’inequivocabile espressione a tutta colonna di “Il pesce d’aprile”.

L’autore ignoto, per quanto ne riguarda anche la più attenta analisi di quanto pubblicato, conferma anche per quel 1927 la poderosa irruenza nel calendario primaverile della giornata burlesca, spesso facente leva sull’ironia sottile di un equivoco sospeso fra verità e finzione vagamente fantasiosa.

Allora, come oggi, l’uomo, alla ricerca di un senso fondante che cerchi di rispondere al perché delle cose, si infilava nel mondo delle consuetudini assodate per tentare di farsi artefice di una ritrovata consapevolezza, nell’illusione di una nuova ed utile coscienza definitiva capace di svelare il tempo, spiegarne la natura e l’essenza, restituendo allo sguardo verso il proprio futuro quella chiarificazione persa prima nell’oblio delle origini delle tradizioni ereditate.

L’uomo non può esimersi dal tentare un intervento a sintesi delle cose, misurando nella sua circoscritta esistenza la seduzione di un confronto aperto all’infinito del tempo che lo anticipa e che lo segue, attraverso una sorta di invitante, ma difficile, coniugazione fra dimensioni in corsa alle quali tentare vanamente di apporre l’ultima immutabile parola.

Anche in quell’anno “il pesce d’aprile” risentiva dell’epoca nella quale sbocciava lungo il crescendo della ricorrente primavera e le caratteristiche realtà legate a quei giorni. Nonostante tutto, sembrava attingesse dalle proprie consolidate radici per mostrarsi nella novità del suo riproporsi, quasi rivendicando una rinnovata patina di notorietà solo per il fatto di capitare nella storia un’altra ed ennesima volta.

Conseguentemente a ciò, se ne parlava ed era tesoro di attrattiva per chi lo viveva e lo avvertiva caro perché congiunto alla propria quotidianità, tempo prezioso che si respirava, momento in corsa che si assaporava, tipicità restituita nuova da un passato a cui rivolgersi, tutt’al più, per aggiungere un ulteriore elemento di leggenda inebriante a solletico di una miglior ricetta attraverso la quale confezionare ed insaporire le giornate.

A commento dell’allora già oltrepassata data, l’indomani, sabato due aprile del 1927, “Il Popolo di Brescia” ne esplorava la curiosità culturale, evocando, per l’avvenuta ricorrenza, l’epoca classica, sul piano mitologico, quando più ancora indietro non si poteva andare, per poi, secondo le parole dell’autore, constatare che: “attraverso i secoli, fino ai nostri tempi l’atroce burla di cui fu vittima Cerere in quelle fatali calende d’aprile ha ispirato i buontemponi di tutto il mondo”.

Pare che, secondo quanto espresso dall’accennato articolo di costume, “il pesce d’aprile” si riconduca niente meno che al rapimento della bella Proserpina che “coglieva i fiori nei campi Elisi e già aveva colmo il grembo di gigli e di garofani quando Plutone la rapì e la trasse seco nei bui regni dell’Averno. Cerere, dea delle biade, udendo le grida della diletta figliola, accorse e per un giorno intero (il primo d’aprile) andò inseguendo di roccia in roccia l’eco delle grida della figlia, credendo d’inseguire il rapitore. Plutone le aveva giocato un tiro birbone, con la complicità dell’agile ninfa Eco!”.

La complice e depistante ninfa Eco sembra abbia continuato ancora ad indurre il disorientamento altrui su piste anche farsesche, rivelatrici di debolezze e credulità umane, a figurativo messaggio di quanto un’apparenza possa essere pure una semplice maschera sotto la quale non trovarvi di fatto il riscontro desiderato.

In questo aspetto si pone la finzione strategica dello scherzo, non più tragico, ma lieve e funzionale al gioco di evasione in diversivi di amenità e di divertimenti che nella stessa Roma antica dell’inizio aprile sembra rientrasse nelle caratteristiche e celebrate “feste cereali”.

Il sopravvivere della vena scherzosa nella linfa vitale perpetuatasi nelle generazioni, con tutti i naturali ed intuibili distinguo, ha plasmato la data del “pesce d’aprile” anche attraverso quegli adattamenti e particolarità arrivate fino ad oggi.

In quel 1927 “il pesce d’aprile” si abbinava alla famigerata “tassa dei celibi” che il governo fascista aveva baldanzosamente istituito nel febbraio precedente e che, per l’appunto, interessava gli scapoli di età compresa fra i venticinque ed i sessantacinque anni, riservando l’importo da loro devoluto per tale stato civile all’Opera Nazionale Maternità Infanzia, a sostegno di chi quindi un matrimonio l’aveva invece affrontato con tanto di prole.

Il termine per presentarsi ai competenti uffici, al fine di registrarsi e mettere in chiaro la propria condizione dai risvolti divenuti anche fiscali, era fissata per il 31 marzo 1927. Il giorno dopo albeggiava con il primo d’aprile, dalle solite e conosciute connotazioni legate all’evasione anche pungente di scherzosità impreviste.

Con quel primo d’aprile del 1927 tutti i celibi italiani si sono ritrovati ulteriormente e specificatamente tassati, ma la data non ne ha rappresentato uno scherzo, rivelandosi tutt’al più una curiosa coincidenza a conferma di come certe combinazioni possano fare superare alla realtà la fantasia più viva e capricciosa.

Cosa fosse successo a Brescia a cavallo di marzo ed aprile di quell’annata, sotto l’egida dell’aquila littoria, lo si apprende anche dalla lettura de “Il Popolo di Brescia” proprio dell’edizione di venerdì primo aprile, scorrendo la lettura dell’articolo dal titolo “Nel regno dei celibi – L’ultimo giorno di denuncia della tassa”, rappresentativo di una disinvolta trasferta del giornalista tra gli uffici preposti alla bisogna, situati nel capoluogo bresciano al civico sette di via Gasparo da Salò.

Cosa sia rimasto di quei giorni che tanto erano reali quanto ora sono affidati per la loro memoria alla sottile pagina di un giornale, consunto dal tempo decorso su cui sono corse le ombre dei suoi protagonisti estinti, lo si incontra nella cospicua ressa che in quegli ambienti cittadini ne affollava i locali degli addetti al fisco, anche impegnati ad aiutare gli interessati nella compilazione dei moduli personali, differenti nelle varianti da apporre circa un’aliquota aggiuntiva da evidenziare a seconda del loro reddito.

“…Abbiamo visto uomini maturi, giovinetti, donne, bambini e nonni tutti con il loro modulo in mano compilato pazientemente a casa e poi portato da un qualsiasi famigliare, essendo l’interessato occupato altrove”, scriveva l’anonimo autore dell’attenta cronaca vissuta in prima persona, secondo un’acuta descrizione dove sembra abbia trovato posto anche la vaghezza di battute scherzose fra i presenti, ispirate, ad esempio, ad un particolare ben riferito: “Ad un tratto tra la folla che si stipa nell’antisala si ode un avvertimento rinunciato da uno sconosciuto e cioè che solamente i celibi puri…non solo di cuore devono pagare la tassa…..Risatine maliziose accolgono la frase, ma ciò non toglie che qualcuno, i gonzi ci sono anche a Brescia, abbia in seguito specificato in un rigo in bianco della osservazione la sua condizione privilegiata ed orgogliosa di uomo incontaminato, con quale delizia del povero impiegato è facile immaginare”.

Un altro scherzo, attuato però a strategica finzione, sembra si infilato tra gli astanti in attesa quando: “una voce maligna insinua ad un tratto che bisogna pagar subito la tassa. La frase afferrata subito da molti è seguita da tantissimi alla giubba e nelle tasche per l’accertamento che il denaro c’è. Altri non provvisti se la svignano subito fra le risate dei presenti, lieti che la panzana abbia fatto in modo di farli sbrigare più presto”.

All’assottigliamento della coda, fino al desiderato sportello in cui finalmente sbrigare la faccenda, anche la divertente cronaca insinua la visione di una presunta ed umana constatazione, a trastullo piacevole dei celibi di tutti i tempi, anche resistenti ai pesci d’aprile ed alle tasse per loro istituite: “soddisfa come tutti indistintamente si siano presentati alla denuncia sorridenti e quasi diremo orgogliosi di poter con il gesto autonomamente dire all’impiegato (pure lui godente le delizie del celibato): pago, ma sono felice!!..”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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